mercoledì 2 aprile 2014

PASSIO 2014 IL GRIDO DELL'UOMO NELL’ORTO DEL SILENZIO

IL GRIDO DELL'UOMO NELL’ORTO DEL SILENZIO
L’agonia di Gesù secondo Gianfranco Ravasi nel terzo Quaresimale della Cattedrale

«Rasenta la bestemmia, ma è più caro a Dio della preghiera tranquilla del benpensante». Così il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, descrive il grido di Gesù che sale dall’orto degli Ulivi nel terzo Quaresimale della Cattedrale, a Novara, venerdì 28 marzo. Un grido che riassume in sé il dolore dell’umanità che soffre e si interroga sul “silenzio assordante” di un Dio che sembra assente e lontano nel momento della prova. E il suo gemere trova eco nel commento musicale di Giuseppe Tosatti, con il suono del flauto che «nella tradizione mistica dei dervisci esprime la nostalgia profonda dell’anima che anela a Dio, come la canna del flauto piange la radice del canneto da cui traeva linfa vitale». «La paura della morte, l’abbandono e il tradimento degli amici, la tortura. Gesù sperimenta tutta la gamma della sofferenza umana – spiega Ravasi –, e si rivolge al Padre in una preghiera che i Vangeli non temono di descrivere come una lotta, supplicando che non debba bere il calice della prova, simbolo dell’ira che annienta i nemici. In lui Dio non si è semplicemente chinato sull’uomo, ma è entrato lui stesso nel nostro limite, nella nostra caducità e mortalità». Ma «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà», legge Lucilla Giagnoni, prestando la voce a Gesù nella lettura del Vangelo secondo Matteo. Perché, commenta Ravasi, «nella lotta la volontà dell’uomo e quella di Dio giungono al punto d’incontro, e la vita subisce una svolta radicale. Come accadde al patriarca Giacobbe, quando lottò con Dio presso il torrente Iabbok e fu dal lui benedetto con nuovo nome di Israele. E come accadde ad Abramo, quando Dio lo chiamò a offrire in sacrificio il suo figlio Isacco, per diventare padre di moltitudini». Così nell’orto degli Ulivi – conclude il vescovo Franco Giulio Brambilla – «l’umanità nuova di Cristo non è solo accanto a noi, ma entra in noi, per trasformarci intimamente e renderci simili a lui nell’obbedienza fiduciosa al Padre».

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PASSIO 2014 IN BATTISTERO UNA COLONNA DI FUMO

IN BATTISTERO UNA COLONNA DI FUMO
Tra effluvi di incenso, Giagnoni e Barbaglia nel quarto incontro sul Cantico dei Cantici

«Che cos’è che sale dal deserto, simile a colonna di fumo, profumata di mirra e di bianco incenso…?», legge Lucilla Giagnoni. E una nuvola di denso fumo aromatico si solleva, la sera del 30 marzo, nel Battistero del Duomo di Novara, dal braciere su cui don Silvio Barbaglia versa l’incenso nel quarto incontro dedicato alla lettura e al commento del Cantico dei Cantici. Un’usanza della liturgia cristiana, mutuata dalle celebrazioni del Tempio, la “casa” che Salomone ha costruito per il Dio di Israele nella città di Gerusalemme secondo la profezia rivolta a suo padre, il re Davide: «… Susciterò un tuo discendente dopo di te, uno dei tuoi figli, e renderò stabile il suo regno. Egli mi edificherà una casa... Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio». Ed è lui che ora avanza verso la città santa, trasportato da sontuosa lettiga, nel giorno delle sue nozze. Ne danno l’annuncio i custodi, chiamando a raccolta le figlie di Sion. Ma egli non ha occhi che per lei, la sua amata, che scruta attraverso i veli, descrivendola con ardite e vivaci metafore. Un’eccitazione dei sensi che riecheggia il Salmo 45, in cui la sposa è condotta al re, invaghito dalla sua bellezza. «Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio: dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre», la invita il salmista, secondo il costume che in Israele vede la donna essere accolta come figlia nella casa di lui. Ma nel Cantico l’amplesso amoroso si consuma nella casa di lei. «Giardino chiuso tue sei, sorella mia, mia sposa», la chiama l’amato. Essa è donna Sapienza, che Salomone – accolto da Dio come figlio – impara ad amare come sorella e a desiderare come compagna. «È lei che ho amato e corteggiato fin dalla mia giovinezza, ho bramato di farla mia sposa», confida sedotto. «Venga l’amato mio nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti», lo invita l’amata. «Mangiate, amici, bevete; inebriatevi d’amore», risponde lui, nell’abbraccio amoroso.

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2 APRILE anniversario della scomparsa di Papa Giovanni Paolo II

Papa Giovanni Paolo II anniversario morte: nove anni fa se ne andava l’amato Karol Wojtyla

Era il 2 aprile del 2005 quando, alle 21:37, morì Papa Giovanni Paolo II. Al momento dell’annuncio ufficiale migliaia di persone si erano raccolte spontaneamente davanti alla Basilica di San Pietro dando vita a una veglia di preghiera che praticamente si svolse senza sosta fino al giorno del funerale, venerdì 8 aprile.
Karol Józef Wojtyla fu eletto papa il 16 ottobre 1978, il primo maggio 2011 è stato proclamato beato dal suo successore Benedetto XVI (nella storia della Chiesa non capitava da circa un millennio che un papa proclamasse beato il proprio immediato predecessore). Il 30 settembre 2013 viene comunicato che verrà proclamato santo il 27 aprile 2014, insieme al predecessore Giovanni XXIII
Giovanni Paolo II appena salito al soglio pontificio intraprese una vigorosa azione politica e diplomatica contro il comunismo e l’oppressione politica, appoggiò movimenti come solidarnosc che di loro disse: “Solidarnosc ha aperto le porte alla libertà nei Paesi resi schiavi dal sistema totalitario! Ha abbattuto il Muro di Berlino e ha contribuito all’unità dell’Europa divisa dai tempi della seconda guerra mondiale. Mai dobbiamo cancellare questo dalla nostra memoria. Questo evento fa parte del nostro patrimonio nazionale”. Il pontefice polacco ha sempre negato di avere avuto lui, personalmente, un ruolo decisivo nella caduta del comunismo, ma ha sempre rivendicato il ruolo portante che in tale caduta hanno avuto il cristianesimo, Solidarnosc e la Polonia.
Il 13 maggio 1981, Papa Giovanni Paolo II subì un attentato da parte di Mehmet Ali Ağca, un killer professionista turco, che gli sparò due colpi di pistola in una piazza San Pietro gremita di gente. Due anni dopo, nel Natale del 1983, Giovanni Paolo II volle incontrare il suo attentatore in prigione e rivolgergli il suo perdono. I due parlarono da soli e gli argomenti della loro conversazione sono tuttora sconosciuti.
Il Wojtyla è considerato uno degli artefici del crollo dei sistemi controllati dall’ex Unione Sovietica. Combatté la Teologia della liberazione, papa Giovanni Paolo II disse a tal proposito che la “concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della Chiesa”, e stigmatizzò il capitalismo sfrenato e il consumismo, considerati antitetici alla ricerca della giustizia sociale, causa d’ingiustificata sperequazione fra i popoli e lesivi della dignità dell’uomo. Wojtyla si oppose fermamente all’aborto e all’eutanasia, e confermò l’approccio tradizionale della Chiesa sulla sessualità umana, sul celibato dei preti, sul sacerdozio femminile.
Fu un grande sportivo, dalla sua adolescenza fino a quando la salute glielo consentì, tanto da essere soprannominato “l’atleta di Dio”. (foto by InfoPhoto)
Successivamente il parkinson e i problemi osteoarticolari lo immobilizzarono e lo resero prigioniero del suo corpo, questo non impedì al pontefice di terminare la sua missione e non nascose mai il suo corpo ormai debilitato.
Il cardinale Angelo Amato riassunse con queste parole il profilo biografico del futuro santo, in particolare “il suo servizio alla pace” citando la “mite fermezza” con la quale ha vissuto in “tempi di radicali trasformazioni, promuovendo con autenticità la dignità dell’uomo”.

PASSIO 2014 UNA “VIA CRUCIS PER IL III MILLENNIO”

UNA “VIA CRUCIS PER IL III MILLENNIO”
Suor Maria Gloria Riva e Bob Rattazzi raccontano l’arte di Jerzy Duda Gracz

«Una salita al Calvario dipinta con le immagini dell’oggi». Così suor Maria Gloria Riva, fondatrice del monastero delle adoratrici perpetue del Santissimo Sacramento di Pietrarubbia, ha definito l’opera “Via Crucis per il terzo millennio”, del pittore polacco Jerzy Duda Gracz, nell’incontro di “Passio” di martedì 1 aprile nella sala Maddalena del Palazzo dei Vescovi. «Siamo nella vigilia del giorno in cui, nove anni fa, moriva il beato Giovanni Paolo II – ha ricordato Pietro Toscani, presidente de La Nuova Regaldi e organizzatore dell’incontro, insieme con Luciana Graceffo e Laura Ganzerla –. Ed è proprio grazie all’incontro con questo papa, nel suo primo viaggio in terra polacca, che l’autore si è convertito alla fede cristiana». Una terra sempre presente nei dipinti della Via Crucis di Gracz, attraverso i personaggi che vi sono ritratti e i simboli della sua storia recente. Così lo stesso Giovanni Paolo II, padre Popiełuszko – ucciso dal regime comunista negli anni ’80 – e Massimiliano Kolbe – martire ad Auschwitz – compaiono nelle tele, e i pali stessi dei reticolati del campo di concentramento formano il letto su cui il Cristo viene deposto dopo la morte. «Gesù cammina con il popolo di Polonia – spiega suor Maria Gloria –, ma in questi quadri i suoi piedi non si vedono mai. Si mescolano con i nostri, sono i piedi che camminano con noi e che sostengono il peso stesso del mondo». I dipinti si fanno denuncia di una società e di una Chiesa che troppo spesso è connivente con il potere, e che diviene cieca e incapace di farsi voce dei deboli. E sono loro – bambini, anziani, una prostituta – che dai quadri volgono lo sguardo agli spettatori, chiamandoli a condividere il loro dramma. «I piedi di Cristo compaiono infine nella crocifissione, enormi e in primo piano, come i piedi che hanno percorso un cammino di millenni», spiega suor Maria Gloria. È l’ultimo, doloroso episodio di una storia che si apre ai colori della speranza con le scene della Risurrezione e dell’ascensione, evocate dalle parole di Giovanni Paolo II, lette da Bob Rattazzi, allenatore di basket impegnato nell’integrazione tra ragazzi portatori di handicap e normodotati, e protagonista della serata insieme con suor Maria Gloria: in esse «Gesù mostra che l’umanità alla fine della vita non è votata alla all’immersione nell’oscurità, al vuoto esistenziale dissoluzione e alla voragine del nulla, ma è votata all’incontro con il Padre».
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lunedì 17 marzo 2014

NON MI INDIGNO DI GIUDA, MA GUARDO DENTRO DI ME marzo 2014

Luigi Ciotti inaugura i Quaresimali della Cattedrale
NON MI INDIGNO DI GIUDA, MA GUARDO DENTRO DI ME 

«C’è un frammento di Giuda in ciascuno di noi, con i nostri piccoli tradimenti. Dobbiamo riconoscerlo, perdonarlo, ma sradicarlo ogni giorno di più dal nostro animo». 
Le parole di don Luigi Ciotti, il sacerdote torinese fondatore del Gruppo Abele e di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, risuonano con forza venerdì sera (14 marzo 2014) nel Duomo di Novara per il primo “Quaresimale della Cattedrale”, uno degli eventi di punta di “Passio 2014, arte e cultura attorno al mistero pasquale”, che oltre ai circa mille presenti ha raggiunto numerose altre persone attraverso la diretta streaming in 15 sale parrocchiali della Diocesi. “Il bacio di Giuda. Le relazioni tradite”, questo il tema della serata, esplorato anche con l’ausilio dell’arte di Gaudenzio Ferrari, grazie alla riproduzione di un’affresco dalle 21 Scene della vita di Cristo, – quella della cattura di Gesù nell’orto degli Ulivi – evidenziato da un apposito gioco di luce, e alla lettura dell’attrice Maria Rosa Franchini che, accompagnata dal suono dei clarinetti di Elisa Marchetti, ha interpretato il brano del Vangelo secondo Giovanni che narra il tradimento di Giuda. 

«Un tradimento – ha sottolineato nella sua introduzione il vescovo di Novara Franco Giulio Brambilla – che si ritrova anche in storie che in questi ultimi anni hanno avuto come teatro la nostra città, con adolescenti, donne e persone con i quali la relazione è stata ferita, tradita, vilipesa. Perché quando è in gioco il massimo dell’amore, esso può stravolgersi nel massimo del tradimento». 

Il confronto tra Gesù e Giuda – ha ricordato Ciotti – simboleggia non solo il conflitto tra bene e male, ma anche tra la verità e la menzogna, perché «la verità dell’uomo è dare, donare, farsi carico, prendersi cura di chi è debole e piegato dalla vita. Giuda invece agisce nella notte: quando manca la luce, diventa più facile nascondersi, e l’indifferenza e la rassegnazione sono le più grandi povertà». 
Accanto ad esse l’Italia vive anni di povertà materiale, nei quali a fronte dei 34 miliardi di dollari spesi gli armamenti, lo Stato fatica a trovare fondi per le politiche sociali: «9 milioni di persone sono in stato di povertà relativa, 5 milioni in povertà assoluta, 7 milioni in situazioni di disagio lavorativo. E non sono numeri, ma volti di persone». 
Ma non è giusto lasciarsi prendere dallo sconforto, e per sostenere la speranza, – prosegue Ciotti – occorre impegnarsi contro l’ingiustizia con il coraggio di compiere scelte scomode, rifiutando i compromessi e seguendo l’esempio di don Pino Puglisi e da don Peppino Diana, sacerdoti uccisi per il loro impegno antimafia, che con la loro azione hanno saputo rompere il muro dell’indifferenza e mobilitare le coscienze. 
Perché di fronte al male non basta indignarsi, conclude don Ciotti, ma occorre darsi da fare: «non mi indigno di Giuda ma guardo dentro di me. Gesù ci chiede di essere severi con noi stessi ma buoni e tolleranti con gli altri, per comprendere le loro fragilità e renderci forti con il perdono. L’indignazione si guarisce restituendo dignità, prendendosi cura dell’altro e cercando di diventare motori di cambiamento».


I BRANI ESEGUITI DA ELISA MARCHETTI (CLARINETTO E CLARINETTO BASSO)
G. Verdi Ernani Preludio atto III
Z. Kodály Danze di Galata
G. Verdi La forza del destino Solo atto II
B. Kovács Hommage à C. M. von Weber Introduzione, Tema e Variazione IV

PRESENTAZIONE
«Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?». Nell’Orto degli Ulivi, il segno di una fratellanza tra gli uomini rinnegata e dimenticata, per vendere l’innocente per trenta denari. Una storia che si ripete ogni giorno, nei rapporti umani distorti da diseguaglianza ed emarginazione che invocano la conversione dell’uomo.

IL BACIO DI GIUDA: LE RELAZIONI TRADITE
Luigi Ciotti a Novara per il primo Quaresimale della Cattedrale

«In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Le parole pronunciate da Gesù nell’ultima cena – interpretate dall’attrice Maria Rosa Franchini – risuonano nel Duomo di Novara venerdì 14 marzo, alle 20.45, nell’incontro intitolato “Il bacio di Giuda: le relazioni tradite”. Il commento è affidato a Luigi Ciotti, il sacerdote torinese fondatore del Gruppo Abele e di Libera – Associazione, nomi e numeri contro le mafie –, per mostrare come anche oggi Giuda sia pronto a tradire la fratellanza tra gli uomini per consegnare l’innocente alla violenza, all’indifferenza e all’emarginazione. L’incontro – trasmesso in diretta streaming a 15 sale parrocchiali – è presieduto dal vescovo Franco Giulio Brambilla come il primo di quattro “Quaresimali della Cattedrale”, appuntamenti di formazione e catechesi offerti idealmente all’intero territorio diocesano nell’ambito di Passio 2014, e che vedranno protagonisti il 21 e 28 marzo e il 4 aprile Anna Maria Canopi, il cardinale Gianfranco Ravasi ed Enzo Bianchi. Una catechesi che venerdì oltre alla parola vede protagoniste l’arte e la musica, con gli affreschi della vita di Cristo di Gaudenzio Ferrari, esposti in Duomo e valorizzati da un’apposita illuminazione, e con i commenti musicali di Elisa Marchetti al clarinetto e al clarinetto basso.



DON LUIGI CIOTTI
Nato a Pieve di Cadore nel 1945, si forma a Torino dove opera dal 1972 come sacerdote impegnato nell’intervento a favore di realtà di degrado sociale, a contatto con le domande e i bisogni più profondi della gente.
Nel 1965 fonda il Gruppo Abele, un’associazione impegnata nella promozione della giustizia sociale, in vicinanza a chi è in difficoltà, per rimuovere ciò che crea emarginazione, disuguaglianza, smarrimento. Il Gruppo Abele è articolato in circa quaranta attività. Fra queste, servizi a bassa soglia, comunità per problemi di dipendenza, spazi di ascolto e orientamento, progetti di aiuto alle vittime di reato e ai migranti e alcuni percorsi di mediazione dei conflitti. E ancora un centro studi e ricerche, una biblioteca, un archivio storico, una libreria, tre riviste, una casa editrice e percorsi educativi rivolti a giovani, operatori e famiglie. Il Gruppo anima progetti di cooperazione allo sviluppo in Africa e in Messico e a Torino un consorzio di cooperative sociali che dà lavoro a persone con storie difficili alle spalle.

Nel 1995 fonda “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” con l’intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia. Attualmente Libera è un coordinamento di oltre 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità. La legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, l'educazione alla legalità democratica, l'impegno contro la corruzione, i campi di formazione antimafia, i progetti sul lavoro e lo sviluppo, le attività antiusura, sono alcuni dei concreti impegni di Libera.