mercoledì 2 aprile 2014

2 APRILE anniversario della scomparsa di Papa Giovanni Paolo II

Papa Giovanni Paolo II anniversario morte: nove anni fa se ne andava l’amato Karol Wojtyla

Era il 2 aprile del 2005 quando, alle 21:37, morì Papa Giovanni Paolo II. Al momento dell’annuncio ufficiale migliaia di persone si erano raccolte spontaneamente davanti alla Basilica di San Pietro dando vita a una veglia di preghiera che praticamente si svolse senza sosta fino al giorno del funerale, venerdì 8 aprile.
Karol Józef Wojtyla fu eletto papa il 16 ottobre 1978, il primo maggio 2011 è stato proclamato beato dal suo successore Benedetto XVI (nella storia della Chiesa non capitava da circa un millennio che un papa proclamasse beato il proprio immediato predecessore). Il 30 settembre 2013 viene comunicato che verrà proclamato santo il 27 aprile 2014, insieme al predecessore Giovanni XXIII
Giovanni Paolo II appena salito al soglio pontificio intraprese una vigorosa azione politica e diplomatica contro il comunismo e l’oppressione politica, appoggiò movimenti come solidarnosc che di loro disse: “Solidarnosc ha aperto le porte alla libertà nei Paesi resi schiavi dal sistema totalitario! Ha abbattuto il Muro di Berlino e ha contribuito all’unità dell’Europa divisa dai tempi della seconda guerra mondiale. Mai dobbiamo cancellare questo dalla nostra memoria. Questo evento fa parte del nostro patrimonio nazionale”. Il pontefice polacco ha sempre negato di avere avuto lui, personalmente, un ruolo decisivo nella caduta del comunismo, ma ha sempre rivendicato il ruolo portante che in tale caduta hanno avuto il cristianesimo, Solidarnosc e la Polonia.
Il 13 maggio 1981, Papa Giovanni Paolo II subì un attentato da parte di Mehmet Ali Ağca, un killer professionista turco, che gli sparò due colpi di pistola in una piazza San Pietro gremita di gente. Due anni dopo, nel Natale del 1983, Giovanni Paolo II volle incontrare il suo attentatore in prigione e rivolgergli il suo perdono. I due parlarono da soli e gli argomenti della loro conversazione sono tuttora sconosciuti.
Il Wojtyla è considerato uno degli artefici del crollo dei sistemi controllati dall’ex Unione Sovietica. Combatté la Teologia della liberazione, papa Giovanni Paolo II disse a tal proposito che la “concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della Chiesa”, e stigmatizzò il capitalismo sfrenato e il consumismo, considerati antitetici alla ricerca della giustizia sociale, causa d’ingiustificata sperequazione fra i popoli e lesivi della dignità dell’uomo. Wojtyla si oppose fermamente all’aborto e all’eutanasia, e confermò l’approccio tradizionale della Chiesa sulla sessualità umana, sul celibato dei preti, sul sacerdozio femminile.
Fu un grande sportivo, dalla sua adolescenza fino a quando la salute glielo consentì, tanto da essere soprannominato “l’atleta di Dio”. (foto by InfoPhoto)
Successivamente il parkinson e i problemi osteoarticolari lo immobilizzarono e lo resero prigioniero del suo corpo, questo non impedì al pontefice di terminare la sua missione e non nascose mai il suo corpo ormai debilitato.
Il cardinale Angelo Amato riassunse con queste parole il profilo biografico del futuro santo, in particolare “il suo servizio alla pace” citando la “mite fermezza” con la quale ha vissuto in “tempi di radicali trasformazioni, promuovendo con autenticità la dignità dell’uomo”.

PASSIO 2014 UNA “VIA CRUCIS PER IL III MILLENNIO”

UNA “VIA CRUCIS PER IL III MILLENNIO”
Suor Maria Gloria Riva e Bob Rattazzi raccontano l’arte di Jerzy Duda Gracz

«Una salita al Calvario dipinta con le immagini dell’oggi». Così suor Maria Gloria Riva, fondatrice del monastero delle adoratrici perpetue del Santissimo Sacramento di Pietrarubbia, ha definito l’opera “Via Crucis per il terzo millennio”, del pittore polacco Jerzy Duda Gracz, nell’incontro di “Passio” di martedì 1 aprile nella sala Maddalena del Palazzo dei Vescovi. «Siamo nella vigilia del giorno in cui, nove anni fa, moriva il beato Giovanni Paolo II – ha ricordato Pietro Toscani, presidente de La Nuova Regaldi e organizzatore dell’incontro, insieme con Luciana Graceffo e Laura Ganzerla –. Ed è proprio grazie all’incontro con questo papa, nel suo primo viaggio in terra polacca, che l’autore si è convertito alla fede cristiana». Una terra sempre presente nei dipinti della Via Crucis di Gracz, attraverso i personaggi che vi sono ritratti e i simboli della sua storia recente. Così lo stesso Giovanni Paolo II, padre Popiełuszko – ucciso dal regime comunista negli anni ’80 – e Massimiliano Kolbe – martire ad Auschwitz – compaiono nelle tele, e i pali stessi dei reticolati del campo di concentramento formano il letto su cui il Cristo viene deposto dopo la morte. «Gesù cammina con il popolo di Polonia – spiega suor Maria Gloria –, ma in questi quadri i suoi piedi non si vedono mai. Si mescolano con i nostri, sono i piedi che camminano con noi e che sostengono il peso stesso del mondo». I dipinti si fanno denuncia di una società e di una Chiesa che troppo spesso è connivente con il potere, e che diviene cieca e incapace di farsi voce dei deboli. E sono loro – bambini, anziani, una prostituta – che dai quadri volgono lo sguardo agli spettatori, chiamandoli a condividere il loro dramma. «I piedi di Cristo compaiono infine nella crocifissione, enormi e in primo piano, come i piedi che hanno percorso un cammino di millenni», spiega suor Maria Gloria. È l’ultimo, doloroso episodio di una storia che si apre ai colori della speranza con le scene della Risurrezione e dell’ascensione, evocate dalle parole di Giovanni Paolo II, lette da Bob Rattazzi, allenatore di basket impegnato nell’integrazione tra ragazzi portatori di handicap e normodotati, e protagonista della serata insieme con suor Maria Gloria: in esse «Gesù mostra che l’umanità alla fine della vita non è votata alla all’immersione nell’oscurità, al vuoto esistenziale dissoluzione e alla voragine del nulla, ma è votata all’incontro con il Padre».
Foto disponibili alla pagina:

lunedì 17 marzo 2014

NON MI INDIGNO DI GIUDA, MA GUARDO DENTRO DI ME marzo 2014

Luigi Ciotti inaugura i Quaresimali della Cattedrale
NON MI INDIGNO DI GIUDA, MA GUARDO DENTRO DI ME 

«C’è un frammento di Giuda in ciascuno di noi, con i nostri piccoli tradimenti. Dobbiamo riconoscerlo, perdonarlo, ma sradicarlo ogni giorno di più dal nostro animo». 
Le parole di don Luigi Ciotti, il sacerdote torinese fondatore del Gruppo Abele e di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, risuonano con forza venerdì sera (14 marzo 2014) nel Duomo di Novara per il primo “Quaresimale della Cattedrale”, uno degli eventi di punta di “Passio 2014, arte e cultura attorno al mistero pasquale”, che oltre ai circa mille presenti ha raggiunto numerose altre persone attraverso la diretta streaming in 15 sale parrocchiali della Diocesi. “Il bacio di Giuda. Le relazioni tradite”, questo il tema della serata, esplorato anche con l’ausilio dell’arte di Gaudenzio Ferrari, grazie alla riproduzione di un’affresco dalle 21 Scene della vita di Cristo, – quella della cattura di Gesù nell’orto degli Ulivi – evidenziato da un apposito gioco di luce, e alla lettura dell’attrice Maria Rosa Franchini che, accompagnata dal suono dei clarinetti di Elisa Marchetti, ha interpretato il brano del Vangelo secondo Giovanni che narra il tradimento di Giuda. 

«Un tradimento – ha sottolineato nella sua introduzione il vescovo di Novara Franco Giulio Brambilla – che si ritrova anche in storie che in questi ultimi anni hanno avuto come teatro la nostra città, con adolescenti, donne e persone con i quali la relazione è stata ferita, tradita, vilipesa. Perché quando è in gioco il massimo dell’amore, esso può stravolgersi nel massimo del tradimento». 

Il confronto tra Gesù e Giuda – ha ricordato Ciotti – simboleggia non solo il conflitto tra bene e male, ma anche tra la verità e la menzogna, perché «la verità dell’uomo è dare, donare, farsi carico, prendersi cura di chi è debole e piegato dalla vita. Giuda invece agisce nella notte: quando manca la luce, diventa più facile nascondersi, e l’indifferenza e la rassegnazione sono le più grandi povertà». 
Accanto ad esse l’Italia vive anni di povertà materiale, nei quali a fronte dei 34 miliardi di dollari spesi gli armamenti, lo Stato fatica a trovare fondi per le politiche sociali: «9 milioni di persone sono in stato di povertà relativa, 5 milioni in povertà assoluta, 7 milioni in situazioni di disagio lavorativo. E non sono numeri, ma volti di persone». 
Ma non è giusto lasciarsi prendere dallo sconforto, e per sostenere la speranza, – prosegue Ciotti – occorre impegnarsi contro l’ingiustizia con il coraggio di compiere scelte scomode, rifiutando i compromessi e seguendo l’esempio di don Pino Puglisi e da don Peppino Diana, sacerdoti uccisi per il loro impegno antimafia, che con la loro azione hanno saputo rompere il muro dell’indifferenza e mobilitare le coscienze. 
Perché di fronte al male non basta indignarsi, conclude don Ciotti, ma occorre darsi da fare: «non mi indigno di Giuda ma guardo dentro di me. Gesù ci chiede di essere severi con noi stessi ma buoni e tolleranti con gli altri, per comprendere le loro fragilità e renderci forti con il perdono. L’indignazione si guarisce restituendo dignità, prendendosi cura dell’altro e cercando di diventare motori di cambiamento».


I BRANI ESEGUITI DA ELISA MARCHETTI (CLARINETTO E CLARINETTO BASSO)
G. Verdi Ernani Preludio atto III
Z. Kodály Danze di Galata
G. Verdi La forza del destino Solo atto II
B. Kovács Hommage à C. M. von Weber Introduzione, Tema e Variazione IV

PRESENTAZIONE
«Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?». Nell’Orto degli Ulivi, il segno di una fratellanza tra gli uomini rinnegata e dimenticata, per vendere l’innocente per trenta denari. Una storia che si ripete ogni giorno, nei rapporti umani distorti da diseguaglianza ed emarginazione che invocano la conversione dell’uomo.

IL BACIO DI GIUDA: LE RELAZIONI TRADITE
Luigi Ciotti a Novara per il primo Quaresimale della Cattedrale

«In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Le parole pronunciate da Gesù nell’ultima cena – interpretate dall’attrice Maria Rosa Franchini – risuonano nel Duomo di Novara venerdì 14 marzo, alle 20.45, nell’incontro intitolato “Il bacio di Giuda: le relazioni tradite”. Il commento è affidato a Luigi Ciotti, il sacerdote torinese fondatore del Gruppo Abele e di Libera – Associazione, nomi e numeri contro le mafie –, per mostrare come anche oggi Giuda sia pronto a tradire la fratellanza tra gli uomini per consegnare l’innocente alla violenza, all’indifferenza e all’emarginazione. L’incontro – trasmesso in diretta streaming a 15 sale parrocchiali – è presieduto dal vescovo Franco Giulio Brambilla come il primo di quattro “Quaresimali della Cattedrale”, appuntamenti di formazione e catechesi offerti idealmente all’intero territorio diocesano nell’ambito di Passio 2014, e che vedranno protagonisti il 21 e 28 marzo e il 4 aprile Anna Maria Canopi, il cardinale Gianfranco Ravasi ed Enzo Bianchi. Una catechesi che venerdì oltre alla parola vede protagoniste l’arte e la musica, con gli affreschi della vita di Cristo di Gaudenzio Ferrari, esposti in Duomo e valorizzati da un’apposita illuminazione, e con i commenti musicali di Elisa Marchetti al clarinetto e al clarinetto basso.



DON LUIGI CIOTTI
Nato a Pieve di Cadore nel 1945, si forma a Torino dove opera dal 1972 come sacerdote impegnato nell’intervento a favore di realtà di degrado sociale, a contatto con le domande e i bisogni più profondi della gente.
Nel 1965 fonda il Gruppo Abele, un’associazione impegnata nella promozione della giustizia sociale, in vicinanza a chi è in difficoltà, per rimuovere ciò che crea emarginazione, disuguaglianza, smarrimento. Il Gruppo Abele è articolato in circa quaranta attività. Fra queste, servizi a bassa soglia, comunità per problemi di dipendenza, spazi di ascolto e orientamento, progetti di aiuto alle vittime di reato e ai migranti e alcuni percorsi di mediazione dei conflitti. E ancora un centro studi e ricerche, una biblioteca, un archivio storico, una libreria, tre riviste, una casa editrice e percorsi educativi rivolti a giovani, operatori e famiglie. Il Gruppo anima progetti di cooperazione allo sviluppo in Africa e in Messico e a Torino un consorzio di cooperative sociali che dà lavoro a persone con storie difficili alle spalle.

Nel 1995 fonda “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” con l’intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia. Attualmente Libera è un coordinamento di oltre 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità. La legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, l'educazione alla legalità democratica, l'impegno contro la corruzione, i campi di formazione antimafia, i progetti sul lavoro e lo sviluppo, le attività antiusura, sono alcuni dei concreti impegni di Libera.

martedì 4 febbraio 2014

Juan Arias: "Il Dio in cui non credo"

Il Dio in cui non credo
padre  Juan Arias(1968 Cittadella di Assisi)

Sì, io non crederò mai in:
Il Dio che «sorprenda» l'uomo in un peccato di debolezza.
Il Dio che condanni la materia.
Il Dio incapace di dare una risposta ai problemi gravi di un uomo sincero e onesto che dice piangendo: «non posso».
Il Dio che ami il dolore.
Il Dio che metta la luce rossa alle gioie umane. Il Dio che sterilizza la ragione dell'uomo.
Il Dio che benedica i nuovi Caini dell'umanità.
Il Dio mago e stregone.
Il Dio che si faccia temere.
Il Dio che non si lasci dare del tu.
Il Dio nonno di cui si possa abusare.
Il Dio che si faccia monopolio di una Chiesa, di una razza, di una cultura, di una casta.
Il Dio che non abbia bisogno dell'uomo.
Il Dio lotteria con cui si vinca solo a sorte.
Il Dio arbitro che giudichi sempre col regolamento alla mano.
Il Dio solitario.
Il Dio incapace di sorridere di fronte a molte monellerie degli uomini.
Il Dio che «giochi» a condannare.
Il Dio che «mandi» all'inferno.
Il Dio che non sappia aspettare.
Il Dio che esiga sempre dieci agli esami.
Il Dio capace di essere spiegato da una filosofia.
Il Dio che adorano quelli che sono capaci di condannare un uomo.
Il Dio incapace di amare quello che molti disprezzano.
Il Dio incapace di perdonare tante cose che gli uomini condannano.
Il Dio incapace di redimere la miseria.
Il Dio incapace di capire che i «bambini» debbono insudiciarsi e sono smemorati.
Il Dio che impedisca all'uomo di crescere, di conquistare, di trasformarsi, di superarsi fino a farsi «quasi un Dio».
Il Dio che esiga dall'uomo, perché creda, di rinunciare a essere uomo.
Il Dio che non accetti una sedia nelle nostre feste umane.
Il Dio che è capito soltanto dai maturi, i sapienti, i sistemati.
Il Dio che non è temuto dai ricchi alla cui porta sta la fame e la miseria.
Il Dio capace di essere accettato e compreso dagli egoisti.
Il Dio onorato da quelli che vanno a messa e continuano a rubare e a calunniare.
Il Dio asettico, elaborato in un gabinetto scientifico da tanti teologi e canonisti.
Il. Dio che non sappia scoprire qualcosa della sua bontà, della sua essenza là dove vibra un amore per quanto sbagliato.
Il Dio a cui piaccia la beneficenza di chi non pratica la giustizia.
Il Dio per cui è il medesimo peccato compiacersi alla vista di due belle gambe, distrarsi nelle preghiere, calunniare il prossimo, frodare del salario gli operai o abusare del potere.
Il Dio che condanni la sessualità.
Il Dio del «me la pagherai».
Il Dio che si penta, qualche volta di aver regalato la libertà all'uomo.
Il Dio che preferisca l'ingiustizia al disordine.
Il Dio che si accontenti che l'uomo si metta in ginocchio anche se non lavora,
il Dio muto e insensibile nella storia di fronte ai problemi angosciosi della umanità che soffre.
Il Dio a cui interessino le anime e non gli uomini.
Il Dio morfina per il rinnovamento della terra e speranza soltanto per la vita futura.
Il Dio che crei discepoli che disertano i compiti del mondo e sono indifferenti alla storia dei loro fratelli.
Il Dio di quelli che credono di amare Dio, perché non amano nessuno.
Il Dio che è difeso da quanti non si macchiano mai le mani, non si affacciano mai alla finestra, non si gettano mai nell'acqua.
Il Dio a cui piacciano quelli che dicono sempre: «tutto va bene».
Il Dio di quelli che pretendono che il sacerdote cosparga di acqua benedetta i sepolcri imbiancati delle loro sporche manovre.
Il Dio che predicano i preti che credono che l'inferno è pieno e il cielo quasi vuoto.
Il Dio dei preti che pretendono che si possa criticare tutto e tutti all'infuori di loro.
Il Dio che giustifichi la guerra.
Il Dio che ponga la legge al di sopra della coscienza.
Il Dio che sostenga una chiesa statica, immobile, incapace di purificarsi, di perfezionarsi e di evolversi.
Il Dio dei preti che hanno risposte prefabbricate per tutto.
Il Dio che neghi all'uomo la libertà di peccare.
Il Dio che non continui a scomunicare i nuovi farisei della storia.
Il Dio che non sappia perdonare qualche peccato.
Il Dio che preferisca i ricchi.
Il Dio che «causi» il cancro, che «invii» la leucemia, che «renda sterile» la donna o che «si porti via» il padre di famiglia che lascia cinque creature nella miseria.
Il Dio che possa essere pregato solo in ginocchio, che si possa incontrare solo in chiesa.
Il Dio che accetti e dia per buono tutto ciò che i teologi dicono di lui.
Il Dio che non salvi quanti non lo hanno conosciuto ma lo hanno desiderato e cercato.
Il Dio che «mandi» all'inferno il bambino dopo il suo primo peccato.
Il Dio che non dia all'uomo la possibilità di potersi condannare.
Il Dio per cui l'uomo non sia la misura di tutto il creato.
Il Dio che non vada incontro a chi lo ha abbandonato.
Il Dio incapace di far nuove tutte le cose.
Il Dio che non abbia una parola diversa, personale, propria per ciascun individuo.
Il Dio che non abbia mai pianto per gli uomini.
Il Dio che non sia la luce.
Il Dio che preferisca la purezza all'amore.
Il Dio insensibile di fronte a una rosa.
Il Dio che non possa scoprirsi negli occhi di un bambino o di una bella donna o di una madre che piange.
Il Dio che non sia presente dove vibra l'amore umano.
Il Dio che si sposi con una politica.
Il Dio di quanti pregano perché gli altri lavorino.
Il Dio che non possa essere pregato sulle spiagge.
Il Dio che non si riveli qualche volta a colui che lo desidera onestamente.
Il Dio che distrugga la terra e le cose che l'uomo ama di più invece di trasformarle.
Il Dio che non abbia misteri, che non fosse più grande di noi.
Il Dio che per renderci felici ci offra una felicità separata dalla nostra natura umana.
Il Dio che annichilisca per sempre la nostra carne invece di risuscitarla.
Il Dio per cui gli uomini valgono non per ciò che sono ma per ciò che hanno o che rappresentano.
Il Dio che accetti come amico chi passa per la terra senza far felice nessuno.
Il Dio che non poserà la generosità del sole che bacia quanto tocca, i fiori e il concime.
Il Dio incapace di divinizzare l'uomo facendolo sedere alla sua tavola e dandogli la sua eredità.
Il Dio che non sappia offrire un paradiso in cui noi ci sentiamo fratelli e in cui la luce non venga solo dal sole e dalle stelle ma soprattutto dagli uomini che amano.
Il Dio che non sia l'amore e che non sappia trasformare in amore quanto tocca.
Il Dio che abbracciando l'uomo già qui sulla terra non sappia comunicargli il gusto, la gioia, il piacere, la dolce sensazione di tutti gli amori umani messi insieme.
Il Dio incapace di innamorare l'uomo.
Il Dio che non si sia fatto vero uomo con tutte le sue conseguenze.
Il Dio che non sia nato dal ventre di una donna.
Il Dio che non abbia regalato agli uomini la sua stessa madre.
Il Dio nel quale io non possa sperare contro ogni speranza.
Sì, il mio Dio è l'altro Dio.

Il fascino delle armi

Il fascino delle armiL’opinione di… Renato Sacco    -  4 febbraio 2014

Lunedì scorso a Presadiretta, Raitre, dopo aver parlato di terremoti e corruzione, Riccardo Iacona ha accolto in studio Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo, per parlare del nuovo aereo da guerra F35, costoso, ‘fragile e inaffidabile’ secondo il Pentagono. Molto interessante. Bravi.
Ma quello che mi ha colpito e angosciato è stato il servizio, fatto molto bene, sulla fiera delle armi a Parigi Eurosatory. In pochi minuti il conduttore è riuscito a far percepire i grandi affari che ruotano intorno alle armi, presentate come veri gioielli. Centinaia di espositori e migliaia e migliaia di visitatori (sempre in aumento) e di compratori: i Governi e gli Stati. 
Una Fiera della guerra. 
Con tanto di campi di battaglia veri per presentare la potenza e il fascino di queste nuove armi, pesanti e leggere. Mi chiedevo ‘è un film o è tutto vero’? 
Un’esposizione di missili, carri armati, pistole e fucili presentati come qualsiasi altro oggetto bello da apprezzare… e vendere. Come una moto, un computer, una borsetta. E così in un espositore di vetro si potevano ammirare alcuni proiettili, disposti a raggiera, come se fossero delle preziose penne stilografiche o rossetti di grandi marche. Bellissimi!
E ti trovi in questa situazione surreale, come mi era già capitato entrando nell’aeroporto di Cameri dove si producono gli F35, dove il fascino delle armi e la tecnologia cancellano il vero e unico motivo per cui queste armi vengono costruite: uccidere le persone! 
Se dimentichi questo ‘piccolo particolare’ è la fine. 
Se dimentichi i volti delle persone incontrate a Sarajevo, Mostar, Prishtina, Ngozi, Murehe, Baghdad, Mosul, Kabul, Jenin, Ramallah (per citare solo luoghi che ho conosciuto personalmente), dimentichi di essere un uomo. 
Dimentichi l’invito a ‘restare umani’, come diceva Vittorio Arrigoni. 
Ieri sera mi ha preso un insieme di angoscia e di rabbia.
Poi mi è venuto in mente Gianni Rodari, con i suoi racconti e poesie.  Il comandante Pestafracassone ordinò di fare un supercannone ‘Giù tutte le campane anche quelle lontane mi serve il bronzo non voglio il pane!’”. Il finale non lo svelo, andate a leggerlo, è molto bello.
Mi sono venuti in mente i padri costituenti: se sono arrivati a scrivere che
l’Italia ripudia la guerra (art. 11 Cost.) 
è perché avevano negli occhi, nel cuore il sangue, la distruzione e la morte causata dalla guerra. Lo hanno scritto mettendo al centro la persona, non le armi. Sì, perché la corsa agli armamenti è “Aggressione che si fa crimine: gli armamenti, anche se non messi in opera, con il loro alto costo uccidono i poveri, facendoli morire di fame”. E a dirlo è un documento della S. Sede del 3 giugno 1976. E mi è venuto in mente papa Francesco a Lampedusa: “Chi di noi ha pianto per questi nostri fratelli?”Se dimentichi le persone e i morti, le armi diventano belle. Anzi, affascinanti.
Quasi un desiderio morboso, come la guerra.